RIFLESSIONI SUL NUOVO INDIPENDENTISMO VENETO

Dopo alcuni anni di intense attività che vanno dalla militanza antagonista alla esperienze elettorali con alterni risultati ora deludenti, talvolta entusiasmanti, conditi nel magma di una espressione  politica programmatica a sprazzi interessante ma policentrica e multidirezionale, non sempre organica ma certamente innovativa, dopo il Plebiscito del 16-21 Marzo 2014, credo che l’indipendentismo veneto sia giunto ad una svolta, pronto a fare il grande salto.

Certo è che non possiamo continuare a vivere così. Il mondo sta cambiando e la nostra azione politica deve a questo punto diventare un fattore di miglioramento sociale.

In caso contrario, possiamo solo aspettarci, negli anni a venire, di assistere a sconvolgimenti ancora più grandi.

Dobbiamo crescere, discutere, riaprire un dibattito, farlo insomma.

La sua cancellazione e le sue conseguenze perverse sono tutte intorno a noi.

Sono d’accordo con lo storico britannico Tony Judt quando affermava che alle persone viene detto che cosa pensare e come pensarlo. E quanto ad obiettivi generali, sono incoraggiate a credere che siano già stabiliti da tempo e perciò impediti nel dissentire e costretti alla sola fede.

Poiché il mondo occidentale è in crisi economica, il rischio e' quello di un nuovo periodo autoritario ed antidemocratico , politico e finanziario , che preme alle porte e di cui ne vediamo i segnali spesso , financo ai vertici della stessa Europa ; in tal caso la nostra azione assume ulteriore importanza.

Ora lasciamo stare lunghi discorsi sulla storia dell’autonomismo veneto in tutte le sue componenti e in tutte la sua storia che si perde negli anni 90-80-70 e che oggi non conta più nulla.

Non serve andare tanto in giro, un’ ottima contemporaneità nel messaggio ed adeguatezza ai tempi , l’abbiamo già in casa, un pozzo di materie prime alternative, un propellente puro già distillato ma ancora inutilizzato da bruciare immediatamente.

Senza voler fare un torto ad altri mi sovviene in questo momento Gianluca Busato quando dice che “…serve una nuova classe dirigente in grado di interpretare le nuove sfide che ci impone la modernità”, e non posso peraltro esimermi dal citare lo stesso martellante Lodovico Pizzati: “Dobbiamo farci nuove domande piuttosto che cercare di rispondere sempre alle solite”.

La nostra è una propulsione che deriva dalla freschezza della gioventù, non più oramai anagrafica, ma certo  figlia del non avere avuto ancora la possibilità di esprimersi, di modellare una società ed incidere su di essa.

Questo genera una inquietudine che deve necessariamente essere placata.

Non soffriamo di mancanza gli obiettivi. Ciò che è vero, ciò che è innegabile è il fatto che per la prima volta nella storia abbiamo ricevuto in eredità un mondo, basato su una serie di modelli che ora non funzionano più, mentre ci rendiamo conto che abbiamo pochi mezzi per trasformarlo.

Ne consegue uno smarrimento e la necessità urgente di darci delle risposte, che possono venire solo dal ragionamento, non certo dall’uomo nuovo che porta l’ordine nuovo.

Se vogliamo, è tutta la società coinvolta ora in questo processo di interrogazione e sulla urgenza della rivisitazione che porti a nuove soluzioni basate su una rivoluzione strutturale.

In questi giorni, sui quotidiani nazionali italiani è tutto un susseguirsi di “fondi” che vorrebbero esprimere grande spessore nell’indicare nuove strade.

Grandi nomi giornalistici si cimentano in questo sforzo con una certa assiduità e concentrazione.

In genere i temi affrontati e le piattaforme sono abbastanza ricorrenti: la denuncia di mancanza di cultura è quello più battuto. E già qui non sono d’accordo. La vedo come una critica stile “scorciatoia”. Ogni volta che le cose vanno male manca la cultura. E dunque non mancano richiami alle radici del risorgimento, le citazioni alla resistenza, l’unità come valore, le reciproche accuse tra socialdemocratici e liberali sul fallimento del proprio disegno politico e la necessità finale di maggiore integrazione europea e naturalmente la denuncia del populismo e della demagogia .

Questa etichetta io la rifiuto , non mi appartiene, non ci appartiene .

Non ci possiamo stare a questo gioco: loro, figli amici e marchettari al soldo di coloro che ci hanno messo nei guai anelano e conservano la cultura da una parte, il resto del mondo invece sarebbe dall’altra.

Vorrei vedere un anti-casta come Salvemini, vivo,  ricordare loro che i politici non si scelgono per l’ideologia ma per i risultati raggiunti.

Meglio così, dal loro anacronismo non potrà che arrivare la nostra affermazione.

Accantoniamo dunque definitivamente sia noi che il nostro elettorato ogni timore reverenziale.

Gli innovatori intelligenti stanno con noi , dobbiamo adesso attivare la  costruzione del nuovo mondo  e comunicarlo.

Se le chiavi dello sviluppo passano inevitabilmente attraverso un processo che punta all’innovazione di ogni e qualsivoglia componente, produrlo significa comunque certamente fare un salto di qualità.

Combattiamo a spada tratta il conformismo, abbiamo bisogno di persone che considerano una virtù contrapporsi all’opinione dominante.

Perché l’inclinazione a discordare, porta ossigeno al cervello di una società che ambisce ad essere aperta, piuttosto che oscurantista.

Ri-mettiamoci pure la cultura, tanto cara ai nostri detrattori, ma perché anche non considerare invece prioritaria la necessità di avere una visione e una strategia, come un must di cui dobbiamo appropriarci.

Sempre Judt nota che alla fine del 700 in Francia quando il regime traballava, gli sviluppi più significativi non vennero dai movimenti di protesta bensì dal linguaggio stesso.

Secondo lui giornalisti, pubblicisti ed altri intellettuali crearono, partendo da un linguaggio pre-esistente basato su giustizia e diritti dei popoli, una nuova retorica dell’azione pubblica.

Immaginiamo per un attimo di poter fare lo stesso: screditiamo noi tutto quello che è stato fatto prima, riprendendoci fette di sovranità dal nulla italiano opponendo obiezioni allo stato delle cose e proponendo informazioni da nuove fonti in cui i cittadini si riconoscano.

Dunque scriviamo, facciamolo spesso, con valore, e mettiamo tutto online.

Se i quotidiani sono ben presidiati dagli ultra ottuagenari e dai poteri forti per nulla interessati a modificare un ben consolidato status quo non ci resta altro che la piattaforma internet e la militanza attiva.

Dai giornali per ora possiamo quasi solo aspettarci un trattamento volto a stigmatizzare ed  etichettare l’indipendentismo entro il vagheggiare di un pacchianesimo nostalgico, fatto di tanko, di dialetto ,di nostalgici fuori del tempo.

Durerà poco questo loro protezionismo se sapremo creare una potenza di fuoco sufficiente a dimostrare la vacuità delle loro argomentazioni calunniose, fino al punto da fargli perdere credibilità.

Da qui l’importanza della costruzione di una comunicazione e di un pensiero che sappia anche rappresentare quello che siamo e non giacché quello per cui diamo fastidio: donne e uomini credibili per un indipendentismo moderno.

Note personalità hanno già da tempo aderito all'indipendentismo veneto , moderno libertario ed europeista , mettendoci la faccia e dando un contributo ed una forte spinta ,anche in termini di continuità nella azione e nella crescita, perché, come osserva spesso giustamente Pizzati: “Chi diventa indipendentista non cambia più idea”.

Adesso vorrei vedere qualche altra adesione illustre, magari un giornalista, magari un imprenditore di grande levatura .

Per coloro che sono ancora indecisi potrebbe essere utile questa citazione da Pericle: “… quando un individuo si astiene dagli incarichi pubblici, per taluni è tranquillo, per altri come noi, è superfluo”.

Essi sappiano fin d’ora che con l’adesione difenderanno degli interessi, quelli delle persone che vogliono un cambiamento e che lo pretendono in meglio.

E se di trasformazione, di metamorfosi si deve trattare essa passa attraverso la creatività, la bellezza, la giustizia, la conoscenza, tutte qualità che abbiamo ereditato dai nostri nonni e genitori e di cui il movimento dispone abbondantemente, unitamente alla devozione ed alla  tenacia.

Usiamole.

Infine se parliamo di timing anche il momento ha la sua importanza, e questo è quello giusto.

Gianluca Panto