di Gianluca Panto

Il Veneto, e non solo, si devono interrogare su cosa fare nella fase del post-sviluppo. L’Italia nel suo complesso non ha interesse a questo, perchè il nostro territorio innanzitutto deve “rendere”, a tutti i costi.
Risulta sempre più evidente che applicare il provvisorio anestetico del federalismo fiscale è impossibile. Nessuno stato centralista è mai diventato federale successivamente. Le costituzioni centraliste sono blindate, immodificabili,
E’ invece oramai evidente la necessità imprescindibile per i veneti della conquista di una indipendenza politica, in quanto unica strada percorribile per sviluppare nuovi e più moderni modelli di società a noi più adatti.
Nel mondo moderno la politica economica degli Stati è generalmente orientata a identificare la crescita economica interna, e quindi l’alto reddito pro-capite, come un segno tangibile e imprescindibile del proprio successo politico.
La crescita del PIL viene considerata quindi il parametro del progresso e della prosperità di un Paese, la panacea a tutti i problemi sociali, ambientali, politici… Non solo quindi d’ordine economico ma rigorosamente ad esso ricondotti.
Secondo la dottrina neoliberista la crescita economica intesa come “aumento del volume di beni e servizi prodotti in un anno” genera nella collettività una forte spinta alla felicità non tanto per l’effettivo possesso dei beni quanto per la promessa di felicità che essa implicitamente comporta nei cittadini. Gli esseri umani vengono perciò considerati come semplici consumatori e il loro desiderio è fatto coincidere con il possesso di beni. All’idea peraltro fascinosa di una continua crescita economica dello Stato non sono esenti i Paesi in via di sviluppo (come la Cina oggi) né si sono sottratti i Paesi socialisti. I quali hanno fallito l’idea di una pianificata e opportunamente gestita economia basata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione come mezzo per migliorare la vita del popolo. E sono ancora oggi privi di una risposta economica alternativa e coerente al neoliberismo. L’idolatria della crescita economica rappresenta però un fantasma. Essa comporta infatti una spesso troppo superficiale idea a voler equiparare l’obiettivo della ricchezza con il raggiungimento della felicità. Sono invece molteplici oggi le interviste e le ricerche che testimoniano come lo status umano di felicità interiore sia indipendente dal raggiungimento di un alto status economico personale; e che, a livello nazionale, una maggiore crescita economica non comporta necessariamente un maggior benessere sociale diffuso.
Molteplici invece sono i problemi sociali indotti che comporta una ricerca esasperata della crescita del reddito come obiettivo primario di uno Stato: consumismo fagocitante, degrado ambientale, destrutturazione della coesione sociale, malesseri diffusi come depressione, ansia, senso di inadeguatezza e di solitudine interiore.
La verità è quindi che altri sono i valori generalmente considerati alla base di una condizione di felicità. Secondo alcune recenti pubblicazioni i fattori o parametri raggiunti da una nazione che il singolo cittadino associa ad un alto livello di felicità sono: l’uguaglianza sociale, la conoscenza, l’industrializzazione, i diritti civili e la tolleranza. Gli studi che oggi comparano il raggiungimento della felicità personale in Paesi con un livello economico differente dimostrano quindi che: 1. Al di sopra di un certo livello di reddito nazionale gli abitanti dei Paesi più ricchi non sono più felici di quelli dei Paesi meno ricchi. 2. In un dato Paese i cittadini ricchi non sono più felici di quelli con minor reddito. 3. Le persone non accrescono la propria felicità aumentando considerevolmente il proprio patrimonio.
I fattori di benessere che invece dipendono da una condizione unicamente personale sono: autostima, consapevolezza di sé, ottimismo, impegno in attività gratificanti durante un dilatato tempo libero di cui disporre, buoni rapporti amicali e familiari, e non ultima la fede religiosa che dà senso e scopo alla vita stessa.
Ciò che influenza il benessere soggettivo è dato anche dagli obiettivi verso cui si vuole tendere, dal modo in cui ci si sforza per raggiungerli, dal quadro di vita coerente in cui inserire tali progetti e dalle priorità tra essi. Senza tacere che studi recenti di psicologi americani evidenziano come, in generale, obiettivi fonte di gratificazione proveniente dall’esterno (ricchezza, potere, bellezza) sono meno gratificanti in termini di felicità raggiunta, rispetto ad obiettivi di vita che privilegiano aspetti legati ai rapporti e alle relazioni profonde con il prossimo.
A fronte di quegli atteggiamenti di vita che privilegiano quindi la crescita economica del singolo o del PIL nazionale come una panacea (illusoria) per la risoluzione di tutti i mali, si sono negli ultimi anni distinte nuove proposte di pensiero.
La cosiddetta Terza Via, ad esempio, un programma politico bene scandagliato e descritto alla fine degli anni ‘90 da Antony Giddens nel libro The Tirth Way: the renewal of social democracy. Egli propone un approccio equidistante tra il socialismo e il neoliberismo, una sorta di fusione di temi come l’uguaglianza e la giustizia sociale in un sistema economico fondato sul libero mercato. Obiettivo principale dei governi rimane quello di incrementare la crescita economica conciliando prosperità e istanze sociali, capitalismo e senso della comunità, modernizzazione del mercato del lavoro e processo di democratizzazione; politica progressista e sostenibilità ecologica. Questi concetti sembrano trovare corrispondenza in quello che è stato il governo laburista britannico, il governo socialdemocratico tedesco, e in molti moderni partiti conservatori. Una conciliazione teoricamente ideale ma all’atto pratico difficile da gestire per l’assenza di ogni critica al capitalismo consumistico e perciò del valore dominante del profitto da parte di governi che si proclamano di sinistra. Interessante anche l’alternativa proposta come futuro dell’economia mondiale dall’Eudemonismo di Clive Hamilton in Sviluppo a tutti i costi? L’idea poggia sulla concezione di una politica di governo che sappia promuovere la qualità della vita sociale e individuale al di fuori della logica di mercato con azioni decise e concrete: riduzione delle ore di lavoro, maggiori investimenti nell’istruzione, incentivazione delle attività culturali, controllo dei subdoli messaggi pubblicitari… Nella negazione del continuo sviluppo economico, della produzione e della crescita materiale come obiettivi fondamentali da perseguire, l’autore idealizza una società che promuove e valorizza il capitale umano in termini di potenzialità. Una società che sappia individuare e incentivare le fonti più preziose del benessere collettivo e della felicità individuale. Quelle cioè che promuovono la qualità della vita: dissociazione dal consumismo esasperato, migliore gestione del tempo libero in attività gratificanti, adesione ad uno stile di vita più lento che porti alla comprensione del sé, a dare senso e valore alla propria vita, al proprio tempo, alle persone e alle relazioni umane.
Forse, ed è una provocazione sulla quale quantomeno meditare, va spostato il perno alla base della questione. Ossia che scopo della Vita non sia tanto e unicamente quello di essere felici a tutti i costi. Ma piuttosto quello di arrivare a comprendere ed esprimere noi stessi in un processo in continuo divenire, una testimonianza che dura tutto l’arco della Vita.